Comune di Santa Margherita di Staffora - portale istituzionale

Il Territorio

Il territorio di Santa Margherita di Staffora comprende le frazioni di Bersanino, Casanova Destra, Casanova Sinistra, Cignolo, Fego, Pianostano, Casale, Pian del Poggio, Cegni, Negruzzo, Vendemiassi, Sala,Massinigo, S.Margherita. Si innalza, in media, a circa 450 m s.l.m. e presenta ambienti svariati, anche a causa della particolare conformazione geologica del terreno. Quest’area è conosciuta ai più per la caratteristica chiesetta di Santa Margherita, per il Molino Pellegro e per la fornace di Massinigo; certamente peculiarità uniche per la zona, ma anche l’aspetto naturalistico è egualmente degno di nota. La presenza di ambienti diversi, come accennato, è una testimonianza della particolare conformazione del terreno e quindi della travagliata origine dei suoi monti; oltre che della presenza di numerose specie di animali che si adattano alle molteplici condizioni presenti, per esempio il torrente o la cima dei monti. Sin dall’antichità i popoli che vissero in queste terre apprezzarono queste caratteristiche e ne furono attratti; forse non ne comprendevano le origini o le cause, ma sicuramente le rispettavano. Ancor oggi la gente di queste zone è molto legata alle tradizioni locali, alla sua terra e quindi alle sue origini ed è importante che questo continui nel tempo. Lo scopo di questa guida è quindi quello di sintetizzare in poche righe quanto di unico offre questo territorio, ricordandolo ai suoi abitanti e facendolo conoscere a chi vi arriva per la prima volta; offrendo, ci auguriamo, un utile spunto per tante passeggiate.

TESTI TRATTI DALL’OPUSCOLO “ALLA SCOPERTA DI SANTA MARGHERITA DI STAFFORA” Aspetti Storico-Naturalistici – a cura del Museo Civico di Scienze Naturali di Voghera

Aspetti Storici

Sulla storia delle terre che ora formano il Comune di Santa Margherita di Staffora nei secoli successivi al crollo dell’Impero romano, possiamo trarre qualche idea pensando ai nomi di alcune località all’interno del territorio comunale, pur essendo consapevoli che è poca cosa e neanche certa. Proprio il nome Santa Margherita indica un culto per una santa venerata in molti luoghi della cristianità, soprattutto in Grecia. L’ipotesi che questo culto si sia diffuso durante le guerre gotiche e la dominazione bizantina nel VI secolo dopo Cristo o magari per il passaggio di mercanti, forse greci, in quei secoli così lontani, rimane un’ipotesi, appunto. Dai nomi dei luoghi, per quanto senza certezza, traiamo, per esempio, segni dell’invasione longobarda della penisola nel 558 dopo Cristo. Sala è sicuramente longobardo, infatti, dove il termine sala indicava la sala padronale nelle abitazioni signorili; Cegni e Cignolo ci riportano a luoghi di culto e di preghiera, le celle, in epoca longobarda, e poi franca. Inoltre, può essere segnalata la presenza a Casanova di Destra di una chiesa dedicata a San Michele, santo veneratissimo tra i longobardi, ma è pochissimo, come si può vedere. Per donazione della regina longobarda Teodolinda, il monaco Colombano, agli inizi del VII secolo, otteneva in dote le terre di Bobbio per fondare un monastero. L’importanza che questo luogo di culto assunse subito in termini anche politici ed economici fu degna della capacità che la Chiesa aveva nei secoli altomedievali di giocare un ruolo politico da protagonista, spesso al posto del debolissimo potere laico sempre in discussione tra invasioni, guerre e rivalità continue. L’espansione del monastero benedettino bobbiese fu precisa e mirata nel controllo delle valli tra la pianura padana e il mare, su tutte la Val Trebbia e l’alta Valle Staffora. Carlo Magno, re dei Franchi, invadeva l’Italia nel 774 e poneva fine al regno longobardo. L’invasione franca rimise in gioco il potere politico e giurisdizionale «pubblico». In alta Valle Staffora, nei secoli a cavallo del Mille, si aveva proprio un durissimo confronto tra il potere ecclesiastico, ora il monastero di Bobbio, ora il vescovo di Piacenza, ora il vescovo di Tortona, e il potere politico che via via cambiava con sempre più agguerriti rappresentanti laici del potere regale. Carlo Magno, infatti, aveva pensato di organizzare il suo vastissimo Impero frazionando il territorio in grandi aree amministrative affidate a persone di sua fiducia. Con i Franchi erano nate così le contee e le marche. I conti e i marchesi erano rappresentanti del sovrano che nel loro dominio amministravano la giustizia, riscuotevano le imposte, gestivano l’economia e avevano la responsabilità dell’apparato militare. I marchesi Malaspina, una grande consorteria divisa in rami vincolati da stretti legami di parentela, ottennero il controllo di una vasta area proprio concentrata tra le valli Staffora e la Lunigiana toscana. Seppero poi difendere la concessione imperiale delle terre nei secoli successivi lo smembramento dell’Impero carolingio, sfruttando abilmente la struttura in formazione e in consolidamento del sistema feudale, erodendo via via il vecchio assetto di potere, in cui la Chiesa, con i vescovati e i monasteri, aveva un ruolo primario, su tutti, ovviamente, Bobbio. Certo, il monastero bobbiese seppe mantenere le sue posizioni con abilità: in un diploma dell’Imperatore Ottone II del 872 il «castrum Sanctae Margheritae» fu riconfermato proprio al monastero, e questo voleva dire che in alta valle Staffora il potere era ancora conteso, e conteso aspramente. Lo sviluppo dei liberi comuni dopo il Mille, soprattutto nella pianura lombarda, aveva reso il controllo delle tratte commerciali la preoccupazione maggiore della politica nelle lotte tra l’Impero e le città che nel suo interno si mostravano sempre più attive e indipendenti e che si andavano organizzando come liberi comuni. Si noti come le terre malaspiniane racchiudessero un territorio immenso e strategicamente importantissimo per le vie di comunicazione che lo tagliavano, racchiudendo in poche vallate le vie di transito più dirette da praticare tra i porti della Liguria e la pianura padana, che vuol dire tra il Mediterraneo e il Nord Europa. I Malaspina seppero difendere il loro ruolo politico e militare in queste terre, sfruttando la necessità che l’Imperatore aveva di alleati fedeli nella lotta ai comuni, tanto che vennero premiati formalmente con l’investitura feudale sulle terre “storiche” malaspiniane di Obizzo Malaspina del 28 settembre 1164 da parte dell’Imperatore Federico I di Svevia. L’età degli imperatori svevi, vale a dire per il primo cinquantennio del XIII secolo, fu un ‘epoca di forza e splendore per la corti malaspiniane stafforine, che richiedeva, però, nuove formule, per essere mantenuta. Nel 1221 la consorteria malaspiniana trovò una soluzione, in una nuova organizzazione feudale del territorio, che fu così diviso: in Valle Staffora i Malaspina di Spino Secco (tranne Pregola), oltre l’Appennino quelli di Spino Fiorito. Possiamo cogliere da questa mossa l’emergere di una diversa lettura che i marchesi diedero su quale fosse la politica e la strategia migliore per la sopravvivenza dell’oramai troppo vasto marchesato. I marchesi Malaspina di Valle Staffora capirono che per il loro potere in valle era opportuna una politica sostanzialmente di lealtà imperiale, che proteggesse i loro interessi, soprattutto dalle mire espansionistiche di Pavia. Questa città, protagonista, infatti, nella lotta tra Impero e comuni, si era schierata strategicamente a fianco dell’Imperatore contro Milano e contro quella Lega Lombarda che univa i liberi comuni nella lotta all’Impero e riscuoteva molte simpatie persino nei Malaspina di Spino Fiorito d’oltre Appennino. Sotto le ali dell’Impero, i Malaspina stafforini e Pavia avevano trovato un equilibrio, ma la sconfitta a Bologna del 1266 di Manfredi, figlio dell’Imperatore Federico II che nel 1220 aveva riaffermato le prerogative e i feudi malaspiniani della Valle Staffora, segnò proprio la fine di un equilibrio e mise in difficoltà tutti i fiancheggiatori dell’Imperatore. I tempi nuovi fecero nascere, tra i rami della famiglia Malaspina in Valle Staffora, strategie differenziate, tanto che fu necessario una nuova riorganizzazione all’interno dei possessi malaspiniani stafforini. Così nel 1275, i possessi in valle venivano divisi in marchesati autonomi: a Sud, il marchesato di Pregola che comprendeva Bobbio e le terre della Val Trebbia; poi il marchesato di Varzi, che comprendeva Menconico, Pietragavina e la nostra Santa Margherita; poi il marchesato di Godiasco, con Pozzol Groppo e Cella. A proposito di Santa Margherita, inserita nel marchesato varzese, si parlerà di feudo imperiale di Monteforte, Bosmenso, Pietragavina e Santa Margherita. Era un feudo imperiale, quindi, concesso direttamente dall’Imperatore, e questo è un dato importante che riprenderemo più avanti. Si ricordi, inoltre, che i marchesi di Varzi si definiranno, d’ora in poi, marchesi di Varzi e Santa Margherita. Nonostante la sconfitta imperiale sveva, dicevamo, i Malaspina riuscirono a ricontrattare il loro potere nei rapporti con i comuni e con Pavia, soprattutto. Del resto bastava sfruttare la rete di forti e castelli che i Malaspina avevano costruito in valle Staffora. Questa rete militare e una discreta armonia interna alla consorteria erano ancora efficaci e al comune di Pavia i Malaspina strapparono concessioni enormi. A partire dal XIII secolo la Valle Staffora era diventata, infatti, la via privilegiata verso Genova. Si arrivava a Varzi fino a Casanova, poi fino a Casale; il passo del Giovà, tra i monti Chiappo e Lesima era un bivio: o si andava per Zerba e si entrava in val Trebbia o si proseguiva per le Capanne di Cosola. In questo caso, in direzione di Cabella, poco prima, a Sud, si innestava la strada per Carrega e le Capanne di Carrega, tra i monti Carmo e Antola. Si arrivava a Torriglia e poi, attraverso il passo della Scoffera, a Genova. Nel 1284 Pavia rese obbligatorio il passaggio della Valle Staffora, quindi questo itinerario, a tutti i commercianti pavesi verso Genova: l’idea pavese era di garantirsi una strada “propria” verso il mare, quindi l’accordo con i Malaspina era necessario. Varzi, grazie al patto sulla tratta obbligatoria, diventava un centro importantissimo e ne trasse beneficio, ampliandosi e strutturandosi come borgo – in buona parte conservato, lo ammiriamo ancora oggi – centro di traffico e di affari. Questo momento di espansione e di potere, comunque, non era destinato a durare. L’età dei liberi comuni stava passando per sempre: all’interno delle città alcune famiglie riuscirono a impadronirsi del potere a discapito di altre, trasformando le città in staterelli accentrati e agguerriti. Era sempre più chiaro che la Valle Staffora entrava nell’interesse di Milano, tanto che anche il fronte malaspiniano mostrò delle crepe, con gli irrequieti Malaspina di Godiasco – ovviamente loro – che furono tentati di giocare la carta francese. Nel 1514, infatti, il marchese Bernabò di Godiasco, più avventuriero che politico, simbolo dell’avventatezza godiaschese, si buttò in una serie di mirabolanti imprese di disturbo dell’Imperatore Massimiliano, con inseguimenti, fughe notturne e altre intrepidezze spettacolari, tanto che finì eroicamente e miseramente squartato da cavalli da tiro in piazza Duomo, a Voghera. La scelta di Bernabò poteva costare caro al potere malaspiniano in valle: le disgrazie di Bernabò avevano solleticato le mire di Tortona, che non ci pensò due volte a prendersi Pozzol Groppo. La sonora sconfitta francese a Pavia nel 1525 fu un terremoto che concesse Milano all’Impero e rimise in gioco gli Sforza, che ridivennero signori di Milano fino al 1535, in un’orbita sostanzialmente filoimperiale. Le conseguenze per il fronte filofrancese furono drammatiche. I Fieschi persero la loro partita per il controllo della Valle Staffora e furono ricacciati a Sud di Santa Margherita, mentre gli Sforza rientrarono con forza in valle Staffora: lasciavano Pozzol Groppo, ripreso a Tortona, ai Malaspina, ma prendevano da subito il castello di Cella e mettevano le mani, fatto importantissimo, su Menconico, il solito preziosissimo “cavallo di Troia” milanese nel marchesato di Varzi e Santa Margherita. Di li a poco, la svolta: con una mossa imprevedibile, gli Sforza, quindi Milano, si prendevano tutto il marchesato, donato dai Malaspina stessi “spontaneamente”. Come possiamo leggere questa “spontaneità”? I Malaspina si ritiravano a Santa Margherita e rinunciavano al titolo di marchesi di Varzi per quello di marchesi di Santa Margherita. Perchè? Perchè potevano sfruttare fino in fondo, così, il fatto che l’investitura di quel feudo venisse direttamente dall’Imperatore, come abbiamo già sottolineato. Tenersi Santa Margherita voleva dire usare quel feudo come base di fatto e di diritto per la rivendicazione e legittimazione del loro potere su tutto il marchesato di Varzi. La cessione “spontanea” fu un’abile mossa strategica in attesa di tempi migliori. I Malaspina, possiamo dire, non si diedero mai per vinti e dimostrarono tenacia politica e diplomatica, contestando in ogni sede la legittimità di molte concessioni feudali agli Sforza. Con il passaggio del Ducato di Milano alla Spagna nel 1559, complice l’arrivo del secolo barocco e il mutar dei tempi, dove la sottigliezza reticente e la “dissimulazione onesta” erano viste come somme virtù, la tattica malaspiniana cambia un’altra volta, meno esposta, più diplomatica. Nel 1604 i marchesi Malaspina di Varzi e di Santa Margherita rinunciavano formalmente alle giurisdizioni feudali che erano a loro rimaste su tutto il marchesato – non potevano far diversamente di fronte al potere spagnolo a Milano – ritagliandosi, però, di fatto, il diritto di esazione dei dazi, i diritti sui mulini e i forni, i diritti di caccia e di pesca. La capitolazione «formale» verso Milano fu totale, dopo secoli di lotte, ma parecchie delle prebende strettamente economiche, il contenuto reale delle concessioni feudali, cioè, seppero tenerli, mantenendo un peso non indifferente nelle vicende del marchesato di Varzi e Santa Margherita. Inoltre, quelle concessioni era scritto nero su bianco come non fossero trasmissibili agli eredi. La famiglia Malaspina della Valle Staffora, di Pregola, Varzi, Santa Margherita e Godiasco, in età moderna, dopo il tramonto dei secoli d’oro del loro potere, ha sempre saputo ritagliarsi – possiamo concludere – uno spazio di manovra, abbracciando nelle diverse congiunture storiche una politica sostanzialmente filoimperiale, che voleva dire accettare il potere di Milano e di chi in quel momento la dominasse. In questa politica, fondamentale erano Santa Margherita e Pregola: questi castelli proteggevano da Sud questa strategia saggiamente orientata verso Milano. Chi aveva Pregola aveva il passo del Brallo, chi aveva Santa Margherita controllava il passo del Giovà. Santa Margherita proteggeva la politica malaspiniana, soprattutto contro la minaccia di Genova e le sue famiglie, su tutte i Fieschi – lo abbiamo visto – che in epoca sforzesca si diedero un gran daffare per sfondare a Nord ed erano saldamente sistemati oltre le Capanne di Cosola. Il controllo militare e politico di Casale e Casanova, tappe obbligate della tratta verso il Tirreno, era essenziale per l’assetto di potere malaspiniano.

Aspetti Geologici e Paleontologi

Girovagando per l’Alta Valle Staffora, anche ad un osservatore distratto, quello che appare subito evidente è l’imponenza delle rocce che affiorano: grandi pareti disposte, talvolta, in strati regolari, talvolta in masse informi. Ciò che colpisce è la durezza di queste rocce: non banchi di terriccio friabile, ma grandi blocchi di marne, calcare o rocce vulcaniche. Percorrendo la Valle Staffora dalla Pianura Padana fino alla zona di Santa Margherita di Staffora appare chiaro questo cambiamento mentre si passa dalla parte bassa a quella alta della Valle; dove le rocce più “morbide” affioranti qua e là lungo i lati della valle, lasciano spazio a pareti interne brulle e ripide. Anche il paesaggio cambia, proprio a causa della modificazione del terreno; la bassa valle è molto più dolce e aperta; nella parte alta, quella occupata dal Comune di Santa Margherita di Staffora per l’appunto, è molto più chiusa e le pareti dei colli sono disposte, in alcuni punti, quasi verticalmente. Ma perchè questa brusca modificazione del terreno e quindi del paesaggio? Semplice, perchè attraversando la Valle Staffora si compie un vero e proprio salto indietro nel tempo: dalla Pianura Padana, ricoperti da terreni molto recenti, si attraversa la zona pedecollinare e collinare, costituita da depositi arini risalenti a epoche diverse dell’Era terziaria (Pliocene, Miocene, Oligocene, Eocene e Paleocene) per arrivare, nella parte alta della Valle, ad attraversare depositi antichi anche più di cento milioni di anni. Anche quest’ultimi sedimenti si formarono in ambiente marino, ma in condizioni molto particolari. Si deve pensare, infatti, che circa 150 milioni di anni fa la placca africana (sostanzialmente quella che ora forma il continente africano) era in deriva verso quella europea (sostanzialmente quella che ora forma il continente europeo), che invece era stabile. L’oceano Ligure-Piemontese che separava queste due zolle risentì molto di questi movimenti. In un primo momento, infatti, si allargò e il suo fondale si “dilatò” al punto tale da lacerarsi; si formarono così vulcani sottomarini che eruttavano lave basiche che col tempo solidificarono formando i depositi basaltici e serpentinitici tipici dell’Appennino. All’inizio del periodo cretaceo questo oceano diventò sempre più grande proprio a causa dell’allontanamento delle due placche, quella africana e quella europea e, sopra ai depositi vulcanici, iniziarono a depositarsi sedimenti di mare molto profondo. A partire dal Cretacico superiore, invece, la placca africana iniziò a muoversi verso quella europea, facendo chiudere il bacino Ligure-Piemontese. Durante questo momento di convergenza sono svariati i depositi che si formarono nel fondo di questo paleo-oceano; così come si formarono i primi corrugamenti del terreno. Nel momento in cui l’Oceano si chiuse avvennero eventi tettonici di grande importanza; le Alpi e gli Appennini iniziarono ad alzarsi fino a raggiungere, nel corso dei milioni di anni il loro aspetto naturale. Anche durante epoche più recenti, per esempio l’Eocene, l’Oligocene o il Miocene le zolle continuarono a muoversi, scivolando una sopra l’altra; e ancor oggi continuano a farlo. La maggior parte dei depositi marini risalenti a quei periodi si originarono a causa di terremoti o frane sottomarine; depositi che andarono via via a ricoprire quelli di mare molto profondo che si erano depositati in precedenza e che ora affiorano, per l’appunto nella zona in questione. in particolare, le rocce che affiorano in quest’area appartengono a diverse formazioni; ognuna con caratteristiche litologiche e deposizionali diverse. Si pensi ad esempio alle Argille a Palombini di Barberino, costituite da un’alternanza di depositi argillosi e di calcari silicei chiari. All’interno di questi depositi, datati come Cretacico inferiore (Aptiano-Albiano, ovvero 114-95 milioni di anni fa), sono inglobati altri tipi di rocce derivanti da grandi frane sottomarine, dovute alle grandi forze originate dalle placche in movimento; si tratta di brecce a matrice argillosa, ofioliti, serpentiniti e addirittura graniti che possono presentare grana media o grossolana e includere, al loro interno, grossi cristalli di feldspato roseo. L’inglobamento di questi litotipi è dovuto verosimilmente all’arrivo nel bacino di sedimentazione di materiali derivanti dallo smantellamento di rughe ofiolitiche e della loro copertura. Questi depositi, infatti, proprio a causa della tettonizzazione subita, non si presentano sempre a strati alternati, ma assumono un aspetto caotico, dovuto proprio alle frane verificatesi durante la convergenza delle due placche tettoniche, ovvero durante l’orogenesi appenninica. essendosi formate a grandi profondità, nel fondo dell’antico oceano, queste rocce non contengono macrofossili, ma solo piccoli fossili visibili al microscopio, come resti di piccole alghe, frammenti di aptici, radiolari…
Nella zona in questione questi sedimenti sono visibili nell’area compresa tra gli abitati di Casanova Staffora e S. Margherita Staffora. Altre formazioni presenti nell’area in studio sono rappresentate ad esempio dalle Arenarie di Scabiazza; depositi costituiti da fitte alternanze di marne, arenarie e argille marnose. Anche se nella zona in questione non sono stati segnalati ritrovamenti di macrofossili in questi sedimenti, è noto che nelle aree circostanti (Val Curone e Val Trebbia) sono stati trovati resti di ammoniti. Tale ritrovamento, oltre a permettere una più certa datazione del deposito, ne conferma l’origine: si tratta infatti di sedimenti marini, originatesi come deposito torbiditico; questo dato è supportato dal fatto che, oltre a resti di animali che vivevano in mare aperto, quali le ammoniti per l’appunto, si associano resti vegetali, chiaro apporto di depositi continentali. Nell’area in questione questo tipo di sedimento affiora nella parte più vicina al torrente Staffora, sia sulla sinistra, ma soprattutto sulla destra orografica dello stesso e nella zona comprendente Cima di Valle Scura, Monte Scaparina e Massinigo. Tali depositi sono datati come Cretacico superiore (Cenomaniano-Turoniano, ovvero 95-88 milioni di anni fa).
Alcuni Autori, per la zona in questione, attribuiscono una dubbia interpretazione a quei depositi che si presentano come alternanze di strati calcareo marnosi e arenacei; dove al loro interno sono comuni impronte fossili, ma anche resti di molluschi inoceramidi. Talvolta, infatti, vengono attribuiti ai Calcari di Monte Cassio, talvolta ai Calcari del Monte Antola; non è ancora del tutto chiara l’attribuzione all’una o all’altra formazione dei depositi affioranti in zona e presentanti simili caratteristiche. In particolare questo tipo di depositi è visibile nella zona di Cegni, sulla sinistra orografica del torrente Staffora e una piccola area prossima all’abitato di S. Margherita Staffora. In ogni caso queste rocce si formarono anch’esse in epoche remote, a partire da circa 85 milioni di anni fa, a causa di grandi frane sottomarine.
Come sopra accennato, i fossili in esse presenti possono essere di due tipi: o resti di gusci di molluschi bivalvi del tipo Inoceramus o impronte lasciate da animali che strisciavano sul fondo dell’oceano. Nel primo caso il fossile è rappresentato da un resto del guscio del mollusco e si presenterà come un’escrescenza della roccia in cui è inglobato. Sarà visibile solo all’occhio più attento, soprattutto se si tratta di un frammento del guscio e non del nicchio (cioè il guscio) intero, sia per la rarità dei ritrovamenti che si possono effettuare sia perché, come nel nostro caso, si presenterà dello stesso colore della roccia che lo ingloba. Nel secondo caso l’osservazione sarà più facile perché questi fossili, dove presenti, si ritrovano in grande quantità.
Questo tipo di impronte è rappresentato dalle piste lasciate da organismi invertebrati che strisciando sul fondo dell’antico oceano lasciarono traccia del loro passaggio. Le impronte più comuni sono sicuramente quelle definite come elmintoidi. Si tratta di piste meandriformi semplici costituite per lo più da numerose anse regolari, parallele e strettamente ravvicinate; i meandri sono larghi da 1 a 3 mm, ma possono arrivare a 1 cm ed essere lunghi fino a 10 cm. Sono tracce di pascolo, cioè lasciate dagli organismi che si spostavano sulla superficie del substrato in cerca di nutrimento. Altre piste che si possono osservare sono caratterizzate da strutture di nutrizione: si tratta di gallerie o edifici creati da animali poco mobili prevalentemente detritivori (soprattutto vermi). In questo caso gli organismi scavavano in tutte le direzioni per cercare i livelli più ricchi di nutrimento e quindi lasciavano delle piste tridimensionali che apparentemente possono sembrare dei resti di vegetali per quanto sono ramificate. Sulla superficie dei depositi che affiorano nella zona in studio si possono trovare altri tipi di piste, lasciate da altri organismi o dagli stessi mentre svolgevano altre attività (riposo, fuga, …); queste tracce però sono molto più rare.

a cura di SIMONA GUIOLI

Aspetti Naturalistici

L’area si estende sostanzialmente da Menconico a Cencerate procedendo da nord verso sud, e da Cegni al confine orientale della Regione. Dal punto di vista ecologico le caratteristiche del territorio, collinare e submontano nel contempo, sono quelle tipiche dell’ambiente appenninico. La zona appartiene all’Alta Valle Staffora e comprende gli ambienti ripariali dell’omonimo torrente che la attraversa, corsi d’acqua minori, boschi di latifoglie, di conifere, diverse radure, arbusteti, coltivi e una buona componente prativa. La ricchezza di habitat, e conseguentemente di specie faunistiche, fanno di questa una zona dall’indubbio valore naturalistico.

BOSCHI
autunno8 bL’area presenta estesi boschi di latifoglie e conifere; i primi in particolare di roverella, faggio, castagno e carpino nero, i secondi di pino nero e pino silvestre. Alternati a zone di caccia aperte come campi e radure, i boschi sono dimora di diverse specie di rapaci, e tra di essi è stata riscontrata la presenza del Falco pecchiaiolo (Pernis apivorus) e del raro Biancone (Circaetus gallicus). Il Biancone, rapace che caccia prevalentemente serpenti, è infatti molto sensibile al disturbo dell’uomo. La notte è frequente poi imbattersi in diversi Strigiformi; il più interessante di questi è l’Assiolo (Otus scops), un piccolo rapace notturno che sta subendo un calo generalizzato. Raro è pure il Succiacapre (Caprimulgus europaeus), un Caprimulgiforme tipico degli ambienti boschivi ricchi di radure, in cui si mimetizza facilmente grazie alla sua livrea. È rilevante segnalare anche la presenza di diversi Piciformi, i quali dipendono principalmente dalla disponibilità di tronchi vetusti e di insetti; segni, questi, del buon livello di naturalità che caratterizza queste terre. Numerosi sono i Roditori, a cominciare dallo Scoiattolo (Sciurus vulgaris) che vive nei querceti, ma anche nei boschi di conifere e in quelli misti. Uno studio effettuato nell’Appennino pavese e in Lomellina ha dimostrato che in Appennino la frammentazione relativamente moderata dei querceti non è ancora tale da determinare l’estinzione dello scoiattolo, cosa che invece si prevede accadrà nel giro di alcuni anni nell’area padana. Tra gli altri Roditori che abitano i boschi si trovano anche il Quercino (Elyomis quercinus), un gliride tipico dell’ambiente boschivo qualora questo presenti affioramenti rocciosi e una buona copertura arborea, ma presente anche in edifici e ruderi, e l’Arvicola rossastra (Clethrionomys glareolus), che risulta assente nel resto dell’Appennino pavese. Tra i Carnivori possiamo incontrare la Volpe (Vulpes vulpes), la Donnola (Mustela nivalis), diffuse su tutto il territorio regionale, e il Tasso (Meles meles). Non sono mancate negli ultimi anni anche alcune segnalazioni della presenza del Lupo (Canis lupus), per lo più di impronte e fatte, alle quote più elevate della Valle Staffora. Diverse segnalazioni sollevano comunque perplessità. Questo elusivo e solitario animale per natura attacca preferibilmente gli ungulati, che possono rappresentare il 90% della sua dieta, mentre si rivolge al bestiame nei casi in cui gli ungulati vengano a scarseggiare. Per questo motivo la miglior soluzione è rappresentata dalla reintroduzione e dal ripopolamento con ungulati autoctoni, laddove si riscontrino danni accertati; come dimostrano infatti diverse esperienze, nella maggior parte dei casi si tratta di attacchi compiuti da branchi di cani inselvatichiti. Passando agli Ungulati è sicuramente presente il Cinghiale (Sus scrofa), soprattutto nelle fustaie di latifoglie e nei boschi misti, per il quale è stato dimostrato che l’intensità di frequentazione dei coltivi è inversamente proporzionale alla disponibilità di alimenti forestali. Il Cervo (Cervus elaphus), che frequenta gli ambienti boschivi alternati a radure e pascoli, ha compiuto una recente ricolonizzazione di queste zone, con individui che sembrano provenire dalla vicina Emilia Romagna e, pare, da un recinto di Pietra Corva di Romagnese. Meno resistenti all’innevamento e quindi localizzati più a valle sono il Daino (Dama dama), con individui provenienti dalle limitrofe zone liguri, e il Capriolo (Capreolus capreolus), specie in generale aumento tipica degli ecotoni e particolarmente disturbata dalla presenza di cani randagi e non.

PRATI E COLTIVI
Aspetti naturalisticiOspite di questi ambienti può essere il Colubro liscio (Coronella austriaca), serpente che frequenta prati con zone cespugliate, boschi e ambienti aperti come i pascoli, a condizione che vi possa trovare rifugi idonei. In ambienti aperti e soleggiati, soprattutto ai margini dei campi, nelle radure e nelle aree cespugliate, è possibile incontrare anche la Vipera comune (Vipera aspis), che rappresenta l’unica specie velenosa presente. Le vipere aggrediscono solo se molto disturbate, ma nonostante questo sono state e sono tuttora perseguitate da chi ancora sopravvaluta la loro pericolosità. La loro persecuzione provoca peraltro stragi di serpenti erroneamente scambiati per vipere da occhi inesperti, il cui principale carattere distintivo ricordiamo essere la pupilla verticale.
Negli spazi aperti sono diffusi diversi Galliformi, e tra di essi la Pernice rossa (Alectoris rufa) predilige i campi asciutti confinanti con boschi di roverella o comunque in presenza di cespugli.
75Purtroppo, a causa del prelievo eccessivo e della riduzione delle aree idonee, negli ultimi anni sta subendo un generale declino. Questo problema interessa anche le popolazioni di Starna (Perdix perdix), Quaglia (Coturnix coturnix) e Fagiano comune (Phasianus colchicus), che necessitano della presenza di incolti e della riduzione del prelievo venatorio così da permettere la stabilizzazione delle popolazioni naturali. È stata segnalata inoltre la presenza dell’Upupa (Upupa epops), specie in netta diminuzione in tutta Europa in quanto molto sensibile alle alterazioni ambientali, provocate in particolare dalle trasformazioni delle pratiche agricole. Unica presenza tra i Lagomorfi è quella della Lepre comune (Lepus europaeus), diffusa ai margini dei boschi, nei prati e nelle zone che vengono ancora coltivate con tecniche tradizionali. Presenti nelle zone prative sono anche tipici Roditori come l’Arvicola campestre (Microtus arvalis).

ZONE UMIDE
Diverse specie di salamandre e tritoni sono rinvenibili nei pressi di torrenti, rii a fondo roccioso e pozze di medie e piccole dimensioni, in quanto strettamente legati all’ambiente acquatico almeno per il periodo riproduttivo. Tra le salamandre risale al 1980 una segnalazione storica della presenza della Salamandrina dagli occhiali (Salamandrina terdigitata), anfibio che risente particolarmente della presenza dell’uomo, e il cui areale in Lombardia sembra ora estendersi unicamente nel territorio di Brallo di Pregola. Oltre al Tritone alpestre (Triturus alpestris), una delle specie più minacciate in tutta la Regione, particolare segnalazione è quella del Geotritone di Strinati (Speleomantes strinatii), che risulta frequente nei boschi di castagno e in fessurazioni di pareti rocciose umide.
In tutta la regione la sua presenza è stata riscontrata solo all’estremità meridionale dell’Oltrepo pavese, dove risulta ben distribuito; tra le segnalazioni recenti quella di Santa Margherita di Staffora è l’unica che ha permesso di ampliare la distribuzione della specie sul territorio. Nel 1995 alcuni individui sono stati infatti ritrovati in un muro di contenimento stradale. Tra le rane è significativo ricordare la Rana dalmatina (Rana dalmatina), anfibio vulnerabile dalle abitudini terrestri che risente particolarmente delle alterazioni ambientali, e la Rana appenninica (Rana italica), decisamente acquatica. Le sue popolazioni in Lombardia si localizzano proprio nell’Appennino pavese, e sono in continuità di areale con quelle delle province di Alessandria, Genova e Piacenza.
Trovandosi al limite del proprio areale le popolazioni lombarde non risultano però molto consistenti; è quindi fondamentale per la conservazione di questa specie salvaguardare il suo tipico habitat, rappresentato da ampi boschi ad elevata naturalità solcati da torrenti che presentino acque particolarmente limpide. Generalmente presso le rive dei torrenti, le pozze e le rogge vanno a localizzarsi alcuni rettili: si tratta della Natrice viperina (Natrix maura), che in ambito lombardo occupa quasi esclusivamente l’Appennino, la Natrice dal collare (Natrix natrix) e la Natrice tassellata (Natrix tessellata), la cui distribuzione si sovrappone a quella della natrice dal collare per l’ecologia simile, ma le due specie sono attive in momenti diversi della giornata. Solo otto sono le segnala- zioni ufficiali in Valle Staffora per l’ultima specie, e una di queste riguarda Santa Margherita di Staffora.
Degna di nota è la contemporanea presenza delle tre specie di natrici, i cui areali si sovrappongono esclusivamente nell’Appennino pavese e in parte in quello emiliano ed alessandrino. Per quanto riguarda gli uccelli lungo il torrente Staffora non è raro incontrare il Porciglione (Rallus aquaticus) e la Gallinella d’acqua (Gallinula chloropus), discreta nuotatrice che predilige come habitat le pozze lungo i torrenti più facilmente raggiungibili. Sulle rive ghiaiose e sabbiose sono presenti anche il Corriere piccolo (Charadrius dubius) e il Piro piro piccolo (Actitis hypoleucos), mentre il Martin pescatore (Alcedo atthis) si localizza lungo le rive cespugliate e alberate, che gli forniscono utili posatoi che si affacciano su acque con buona trasparenza, così da permettergli di individuare le sue prede, rappresentate da pesci di piccole dimensioni. Colonizzazioni da parte della Nutria (Myocastor coypus) sono ancora oggi in atto nell’Appennino pavese. Comunemente nota come ‘castorino’, la nutria è stata introdotta in Italia alla fine degli anni ’50 a fini di allevamento. Dopo il fallimento degli allevamenti, a causa della sempre minor richiesta di pellicce di castorino a partire dagli anni’70-’80, si è poi diffusa sul territorio in seguito al rilascio di numerosi esemplari in ambiente naturale. Negli anni ha così costituito dei nuclei stabili, frequentando principalmente ambienti ripariali di torrenti, canali e rogge.

CASCINE E ABITATI
Le specie che si riscontrano in ambienti di questo tipo sono sostanzialmente quelle ubiquitarie, come la comunissima Lucertola muraiola (Podarcis muralis). Il Saettone comune (Zamenis longissima) inoltre è un serpente che predilige i castagneti e i boschi di roverella umidi, ma può anche trovarsi in prossimità di ruderi, cascinali, orti, giardini e in vecchi muri a secco coperti da vegetazione. Diversi uccelli si localizzano negli ambienti più o meno antropizzati; due Columbiformi comuni sono il Colombaccio (Columba palumbus), che nidifica frequentemente sugli alberi che bordano le strade, e la Tortora (Streptopelia turtur). Comune è pure la Civetta (Athene noctua), rapace notturno poco forestale, solitamente presente nei pressi di edifici e in zone con poca vegetazione.
Mulino Pellegro 7Le caratteristiche del terreno non influenzano invece la distribuzione del Rondone (Apus apus), che frequenta quasi esclusivamente l’ambiente aereo, e nidifica presso manufatti come sottotetti e grondaie. A dir poco numerose sono poi le specie di Passeriformi, presenti nelle zone abitate così come negli ambienti più naturali. Oltre a frequentare querceti, faggete, castagneti e margini dei boschi di conifere, il Ghiro (Myoxus glis) può occupare i solai di cascine e case abbandonate, così come possiamo trovarlo aggirarsi nei giardini. In modo assolutamente ubiquitario si riscontra la presenza del Topo selvatico (Apodemus sylvaticus), mentre il Topolino delle case (Mus domesticus) si rivela sostanzialmente commensale dell’uomo, ed è in genere presente in stalle, granai e abitazioni, dove può localizzarsi in cavità dei muri e dei pavimenti. Nonostante frequenti boschi e pascoli, la Faina (Martes foina) infine può insediarsi in cascine, ruderi e fienili. Da non dimenticare è pure la presenza della Vacca varzese, che come altre razze di vacca montana è soggetta da anni ad un sensibile declino, ed è stata oggetto di alcune iniziative di salvaguardia.

a cura di SIMONA RE

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Ultima modifica: 12 Febbraio 2020 alle 00:09
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